venerdì 13 gennaio 2012

L'IMPORTANZA DELLA SCUOLA PER UNA CITTA'.

Un lavoro che non sarei mai in grado di svolgere è quello dell'insegnante: oggi più che mai, è svolto in condizioni “precarie”...e non intendo solo riferirmi al precariato...
Mi riferisco a tutto un insieme di circostanze … negative.. che rendono questa “missione” veramente difficile e complessa.
Sì, perchè all'insegnamento occorre essere “vocati”, tuttavia, al pari dei missionari della Chiesa, gli insegnanti sono chiamati alla “missione educativa” in condizioni davvero avverse.
E se così stanno le cose, come poter svolgere al meglio la mission educativa, didattica e pedagogica?
Le condizioni “strutturali” spessissimo non sono delle migliori: molti edifici vertono in condizioni di degrado ed hanno carenti condizioni di sicurezza. 
Il numero degli iscritti è esuberante e ormai in molte scuole, soprattutto in quelle dell’infanzia e alle superiori, ha superato il numero stabilito dalla legge che è di 25 alunni per classe.
Questo è il risultato dell’intervento che è stato fatto nel 2008 con la legge 136 (decreto Gelmini) che ha incrementato il rapporto alunni docenti. Ciò limita, di fatto, la personalizzazione del rapporto scolastico e la sicurezza degli studenti. 
Non mancano preoccupazioni per le carenze nel numero stesso dei dirigenti scolastici in seguito ai pensionamenti e ai trasferimenti che ormai hanno colpito l’apparato amministrativo-organizzativo delle scuole. Basti pensare che l’ultimo concorso pubblico per presidi è stato indetto nel 2004 e questo ha creato un’emergenza che riguarda le sedi scoperte lungo tutto il territorio nazionale. Ormai è normale che un Dirigente scolastico debba gestire più scuole: una situazione difficile, una fatica enorme.
Visti i tagli previsti dalla riforma, i problemi sono distribuiti però su diversi livelli.
Il corpo docente, ad esempio, ha subito un forte sfoltimento in seguito all’istituzione per legge del cosiddetto maestro unico reintrodotto dal ministro Gelmini, in nome del risparmio. Questo ha sollevato le perplessità dei genitori riguardo soprattutto alla preparazione di un singolo maestro in tutte le materie e al non essere la persona adatta a gestire classi numerose per 6-8 ore. Tali apprensioni finiscono per riversarsi inevitabilmente sulla qualità dell’insegnamento.
I bambini e i ragazzi che vanno a scuola sono molto cambiati rispetto a quando noi stessi eravamo alunni: si nota proprio che mancano spesso in famiglia, per le più svariate problematiche, le regole base di una buona educazione, il senso dell'impegno e del valore dell'istruzione e della scuola come Istituzione, il senso di responsabilità dell'alunno nel condurre il proprio percorso scolastico con serietà ed impegno nell'ambito di una quotidiana convivenza fatta di relazioni diverse e a volte difficili, l'apertura verso la “diversità”...qualsiasi essa sia... 
“E....va bhè...ma sono bambini!!”, molti potranno dire..!
Non sono d'accordo! I bambini fanno e devono fare le cose adatte per la loro età e la loro crescita evolutiva...ma non è che il rispetto e l'educazione sono “materie scolastiche” e che si imparano da grandi!!
Per fortuna, molti sono i genitori che, ormai, ritengono un dovere aiutare la scuola nell' affrontare spese extra anche per le mancanze degli oggetti di cancelleria e di igiene che sono fuori dalla portata dell’amministrazione scolastica.
E meno male, che questi stessi genitori, organizzandosi spontaneamente in “comitati” che altro non sono che Associazioni di fatto che svolgono essenzialmente  una funzione di collegamento tra i rappresentanti di classe e di raccordo tra questi ultimi e gli eletti nel consiglio di istituto in ordine ai problemi emergenti nelle classi. Il Comitato spesso assume autonome iniziative come l'organizzazione di conferenze, la pubblicazione di informazioni per i genitori della scuola, la promozione di contatti tra i genitori stessi.
E, quindi, che fare?
Abbiamo esaminato tutte le criticità ma anche la positività e la ricchezza data sia dalla buona volontà della Scuola, sia dall'impegno della società civile direttamente interessata al mondo Scuola: i genitori.
Manca fin qui, la figura di un attore, importante: l'Amministrazione Comunale.
Non intendo solamente per i servizi scolastici che, obbligatoriamente, è tenuta a fornire..
Non intendo, neanche, per le risorse economiche che eroga annualmente alla Scuola, né per gli interventi (sempre meno per via dell contrazione delle spese..) manutentivi sugli stabili...
Mi riferisco al fatto che, nel pieno rispetto dell'autonomia scolastica, il Comune deve farsi attore di un'azione di governance e di coordinamento che lo veda come soggetto co-responsabile dell'azione educativa al pari degli altri interlocutori sopraindicati.
Deve farsi garante del BENESSERE scolastico sostenendo e mettendo in rete per tutti i vari livelli scolari progetti elaborati in condivisione con le Istituzioni scolastiche e le realtà Associative e di volontariato del territorio. 
Deve anche allargare la rete alle altre “agenzie educative” del territorio: mi riferisco agli oratori e a coloro che si occupano a vario titolo dei giovani col compito, tutti, di elaborare e far crescere esperienze e buone prassi che hanno poi una ricaduta su tutta la città.
E perchè non allargare ulteriormente questo TAVOLO DI LAVORO che deve diventare permanente anche alle realtà commerciali – artigianali e produttive della città che molto possono insegnare ai nostri ragazzi?
Un mio desiderio sarebbe che da tutto questo impegno e lavoro congiunto si creasse una sorta di “circolo virtuoso” per cui siano i ragazzi delle nostre scuole che, beneficiando, di tutti questi interventi educativi, giungano ad insegnare qualcosa a noi in termini di solidarietà e di volontariato...
Ad esempio, si costituisca una BANCA DEL TEMPO NELLA SCUOLA intesa come luogo di scambi da effettuarsi sia all'interno del sistema formativo scolastico, sia tra il mondo della scuola e la società esterna, considerata nel suo complesso.
Il fatto che lo scambio di tempo avvenga alla pari tra i soggetti che aderiscono, educa i ragazzi a non attribuire considerazione e valore all'altro (interno o esterno alla scuola che sia)per il gradino che occupa nella scala socio/economico/culturale, ma a porre l'accento sulla dignità dell'altro, visto come persona che sa fare e che ha da dare, quale sia il posto che occupa nella società: competenze materiali e competenze professionali, saperi immateriali e saperi curricolari, amicizia, solidarietà, cultura, ecc.(scambi all'interno del gruppo classe: aiuto nello studio, inviti a casa per giocare, feste; scambi fra scuole: incontri culturali; scambi di progettualità; scambi col territorio: spettacoli e feste aperte al territorio in cambio di servizi sussidiari necessari alla scuola, piccoli servizi agli anziani in cambio di favole, apprendimento di un mestiere, aiuto nello studio). Inoltre, la dichiarata parità dei soggetti che aderiscono, i quali sono nello stesso tempo portatori di risorse e di richieste, sottolinea un ulteriore aspetto educativo: nessuno dà o riceve soltanto, ma chi dà si aspetta a sua volta di ricevere e chi riceve sà che dovrà a sua volta dare.

mercoledì 11 gennaio 2012

LE POLITICHE GIOVANILI : CONFRONTO A SENAGO

Sabato 14 gennaio, dalle ore 18.30, nella belllissima cornice della nostra
Villa Sioli, si terrà il primo APERITIVO DEI GIOVANI DEMOCRATICI
organizzato dal Circolo PD cittadino con l'intento di aprire un confronto
fra esperienze di "politiche già vissute" o in atto e che  riguardano i
giovani.

Mi sembra un'iniziativa importante e "felice" per la nostra città per
almeno due motivazioni:
1) e' un'idea e una necessità che sentono i nostri giovani e, partendo da
loro riuscirà a coinvolgere sicuramente altri giovani (soprattutto se, già
operanti sul territorio...) facendoli uscire dall'isolamento in cui operano
con un sicuro effetto "traino" che, un'iniziativa istituzionale e calata
dall'alto, non riuscirebbe mai a sortire;
2) è un confronto fra politiche giovanili di altri comuni più grandi e più
più piccoli di Senago e ciò è estremamente arricchente in quanto iniziare a
confrontarsi per poi ragionare sulla propria realtà elaborando idee,
speranze e progetti per una buona politica giovanile è un punto di partenza
fondamentale per una neo Amministrazione che con molta umiltà voglia
rilanciare queste politiche se VERAMENTE in esse crede.

Come già richiamavo in un precedente articolo sullerealtà giovanili, in
particolar modo legate alla condizione adolescenziale,  per costruire una
politica giovanile si parte dall'ascolto delle diversè realtà esistenti che
poi devono assurgere a risorse dalle quali partire per costruire rete e
relazioni fra esse.

Questo è l'assunto di base che, per chi come me si è occupato, pe
professione, di politiche giovanili, è imprescindibile.
Il confronto, la rete, e duplicazione di best practices, appunto.

Nella mia esperienza professionale specifica, grazie all'aver ottenuto
quale responsabile di progetto per l'Ente in cui lavoro, un cospicuo
finanziamento dalle due annualità del bando dell'allora Ministero della
Gioventù (anno 2008 e poi anno 2010), ho potuto pensare ad azioni e
percorsi per i giovani muovendomi costantemente all'interno della rete: la
famosa rete ITER promossa dal Comune di Biella... con altri 23 comuni
destinatari delle risorse di cui ai bandi del Ministero.

La rete si è consolidata soprattutto laddove i Comuni, tutti medio-grandi,
erano geograficamente abbastanza vicini e, quindi, le politiche individuate
come prioritarie erano pressochè omogenee.

Perciò, i Piani Locali Giovani elaborati come strumento che, a livello
comunale e sovra-comunale, dettagliavano le politiche ed individuavano le
leve sulle quali agire, erano ovviamente similari e parlavano lo stesso
linguaggio, proprio perchè forti di uno scambio continuo di esperienze.
I Comuni con i quali ho principalmente lavorato allora sono stati Biella e
Brescia.
Tutti noi operatori abbiamo recepito veri e propri insegnamenti in materia
oltre al fatto che abbiamo tutti tratto spunti e suggerimenti  inseriti poi
nei Piani Locali Giovani adottati, da un grande formatore come Ivo Lizzola
- Preside della Facoltà di scienze della Formazione dell'Università di
Bergamo.

 Sono sicura che quest'iniziativa sarà un punto di partenza fondamentale di
cui l'Amministrazione che verrà non potrà non tenerne buon conto al fine di
tracciare politiche che nascano dal confronto e dal far proprie azioni e
buone prassi che in altre realtà hanno funzionato e raggiunto le finalità
per le quali erano state finanziate.

PARTECIPATE NUMEROSI!

martedì 10 gennaio 2012

LA BIUNIVOCITA' DELLA “PARTECIPAZIONE” E IL SABATO DEL CITTADINO.


Partecipazione!!!...che termine “sbandierato”...
Il bello sarebbe andare ad analizzare e valutare le attività di partecipazione che le Amministrazioni locali mettono in campo, per capire quante siano solo “propagandistiche”...
Secondo me, la partecipazione si agisce a vari livelli e, sostanzialmente, secondo due direttrici diverse: quella interna all'Ente e quella esterna.
La prima: 
  1. quando il programma elettorale si tramuta in programma di mandato, l'elaborazione di questo passa attraverso il coinvolgimento dei partiti e delle forze politiche che compongono la coalizione e, poi, deve essere definito dalla Giunta e, quindi presentato al consiglio comunale. Nulla osta che quest'ultimo passaggio sia maggiormente condiviso e discusso fra i capigruppo consiliari: questo è sintomo e sinonimo di democrazia, prima ancora che di partecipazione. E' vero che al Consiglio viene presentato, ma una cosa è “calarlo pre-confezionato dall'alto”, un'altra, è averlo fatto conoscere e averne discusso prima del giorno prestabilito per il consesso consigliare...
Inoltre i capigruppo dovrebbero insieme svolgere un lavoro di “confronto” con una frequenza assidua ad incontri che, a seconda delle tematiche affrontate, siano aperte al pubblico e comunque diffuse quanto a contenuti e lavoro svolto, affinchè il cittadino conosca compiutamente l'attività del gruppo politico che ha votato..
  1. Buona norma sarebbe anche che, ancora prima che al consiglio Comunale, lo stesso venisse reso noto ai Responsabili dei Settori comunali perchè il programma si trasformerà in obiettivi da raggiungere di cui questi ultimi saranno responsabili e sui quali verranno valutati. E, conseguentemente, a cascata, dovrà essere reso noto a tutti i dipendenti comunali perchè tutti sono, a vari livelli, coinvolti.
  2. Lo stesso percorso deve essere attuato anche per l'approvazione di altri atti importanti per l'amministrazione: Bilanci preventivi, consuntivi, PGT, bilanci di mandato...
  3. a livello di microrganizzazione, è buona norma che l'organizzazione dei servizi, l'implementazione di progetti, la stessa riorganizzazione organica dell'Ente, passi attraverso la comunicazione di obiettivi, finalità e di modalità d'azione fra le parti interessate alla realizzazione e all'attuazione. 
  4. Tornando al Consiglio Comunale, lo stile partecipativo di un'Amministrazione dovrebbe valorizzare l'importanza dei lavori consiliari, delle varie commissioni e delle proposte che da queste discendono, ragionando anche sull' oppotunità che la presidenza di alcune di queste sia in capo alla minoranza proprio a garantire trasparenza, legalità e controllo, se mai ve ne fosse bisogno.
  Serve che il Consiglio definisca delle linee guida circa i criteri per le nomine nei CDA dell'Istituzione Biblioteca e nel CDA della Azienda Multiservizi che garantiscano professionalità e che vi sia l'obbligo della puntuale rendicontazione al Sindaco affinchè l'Ente possa svolgere seriamente il compito del controllo analogo.
Stiamo parlando di stili di governo, di modi di muoversi per raggiungere gli scopi dell'Ente nel modo più efficiente ed efficace possibile, con la massima trasparenza e con una chiara comunicazione se non condivisione d'intenti.  
La seconda:
  1. Il primo livello di partecipazione si ottiene con una buona ed efficace comunicazione all'esterno di tutto ciò che si fa...atti amministrativi, lavori pubblici, servizi, progetti, attivazione di controlli contro l'evasione, anche informazioni che possono determinare “preoccupazione” vanno date gestendone la modalità di comunicazione.
  2. Poi, occorre dare un ruolo ben preciso ai cittadini: devono diventare “gli occhi della città”, le “sentinelle” di Senago, nel senso che l'implementazione di un sistema di segnalazioni è l'anello di congiunzione fra gli uffici e la loro attività e la necessità dell'amministrazione  di tener sotto controllo ciò che avviene.
  3. La creazione di “laboratori di comunità” che, magari, suddivisi per quartieri siano propositivi rispetto ad iniziative, attività e proposte da formulare all'Amministrazione e da decidere insieme
  4. La partecipazione alla definizione del PGT, del Bilancio, di un Piano cittadino di sostenibilità ambientale...
  5. L'individuazione di una giornata settimanale, ad esempio il sabato...lo potremmo chiamare il SABATO DEL CITTADINO, in cui il Sindaco in primis, ma anche la sua Giunta, in via straordinaria rispetto alle normali e quotidiane attività che svolge e in aggiunta ai normali giorni di appuntamento, si mette a disposizione ed in ASCOLTO DELLA CITTA': ascolto che potrà avvenire in Municipio, ma a me sembrerebbe più giusto avvenisse nei quartieri.
IL SINDACO E LA SUA GIUNTA devono stare fra la gente ed andare incontro al cittadino perchè solo così potranno avere il “polso della situazione”, la conoscenza reale della città con i suoi grandi e piccoli quotidiani problemi. 
    

sabato 7 gennaio 2012

Gli adolescenti e la città...


Difficile parlare degli adolescenti se non in termini “demagogici” ed incomprensibili ai giovani stessi.
Come se noi (adulti già da un bel po'...) non lo fossimo mai stati...
Eppure, ho anche un figlio adolescente!
E, soprattutto, dove sono quando escono da casa e vagano per la città...e cosa faranno mai?
Non li vediamo, non li notiamo, si isolano...ci accorgiamo di loro solo quando ci danno fastidio coi loro schiamazzi e col rumore dei loro motorini..
E loro, invece, cosa pensano veramente? 
Credo vi siano aree di popolazione giovanile che sono fuori, si tengono volutamente fuori, non riconoscono lo spazio pubblico, la città, come incontro significativo per sé, ci rinunciano subito, sembrano apatici e disinteressati a come vanno le cose in città.
Come, quindi, ricostruire con loro la fiducia nella possibilità di essere ascoltati; la fiducia in loro stessi e nella possibilità di dire qualcosa di significativo riguardo la propria città?
Dobbiamo, credo, dar loro la possibilità di fare ciò con strumenti loro, come la musica, i video, il loro modo di “connettersi”.
Credo che oggi la sfida più delicata sia, proprio, quella di riammettere in un gioco di riconoscimento dentro la città i nostri ragazzi.
Butto là un'idea, una proposta che potrà, ai più, sembrare insignificante...
Perchè non individuare i bar/locali della città ad alta frequenza di giovani come luoghi valorizzanti ed accoglienti per le esperienze giovanili? Perchè non organizzarci affinchè si crei un circuito in cui sistematicamente ed in modo programmato vengano “veicolati” i loro messaggi espressi secondo le loro forme/modalità “artistiche” ?
Nulla di precostituito in formato “istituzionale”, se no, non funzionerebbe...  
E' impensabile creare una rappresentazione istituzionale di qualcosa che vive, che è in continuo movimento ed è alla ricerca dell’identità e di appartenenza!
Il problema della rappresentanza dei giovani, infatti, è il problema della rappresentazione di se' stessi che loro faticano a costruire, non riescono a rappresentarsi, a darsi figura sociale, non riescono a capire qual è la “vocazione” della loro generazione. 
Le politiche giovanili degli ultimi anni, invece, erano proprio incentrate nel dare e fornire ai ragazzi una rappresentanza e una rappresentazione di sé neutralizzando di fatto il protagonismo giovanile e offrendo ai giovani delle occasioni da consumare, degli spazi recintati da godere, di cui fruire. E molti denari pubblici sono stati spesi in questo...ma con che effetti, che risultati? 
Quindi, un eventuale Assessore alle politiche giovanili, cosa potrebbe fare?
Primariamente dedicare il suo tempo all'incontro e all'ascolto e, direi anche, alla conoscenza del mondo giovanile. Deve costruire relazioni creando le condizioni favorevoli affinchè i giovani siano disposti ad entrare in gioco e ciò avviene se si crea un rapporto di fiducia, se si dimostra vero interesse verso l'altro.

Poi, deve raccogliere e collegare tutte le diverse risorse esistenti già nel territorio  in termini di realtà educative già operanti e metterle in rete. Già così si crea un valore aggiunto costituito da prospettive nuove e nuove disponibilità. 

Infine, dovrebbe costruire una “vision” , una politica giovanile costituita dall'insieme delle buone prassi del suo territorio perchè solo così queste relazioni e questi progetti condivisi diventano e restano patrimonio per la città. Questo vale più di mille servizi o iniziative organizzate che sono autoreferenziali e muoiono senza lasciare alcun segno.
Le politiche giovanili devono essere politiche di cittadinanza più ampia, non possono più pensare solo al tempo libero degli adolescenti o dei giovani. 
Gli attori da coinvolgere sono le scuole che devono diventare “cantieri” di lavoro sociale e di esperienza lavorativa per chi è al termine del percorso di istruzione obbligatoria, anche attraverso esperienze che vedono gli adolescenti responsabili di altri bambini. 
Altro attore fondamentale è l'oratorio:  presenza vitale del territorio ricca di attenzioni educative e di volontari che necessariamente deve costruire rapporti con la scuola media e con gli insegnanti, affinchè ciò che di educativo viene raggiunto nel tempo scuola, venga poi proseguito nel pomeriggio in oratorio, che conseguentemente, va oltre il proprio ruolo “pastorale” aprendosi alla città.
Quindi, non un luogo solo per “agganciare” gli adolescenti, ma più di uno e tutti in relazione gli uni con gli altri.
E' ovvio, quindi, che si tratta di strategie territoriali con le quali è possibile fare economia, per le quali non servono tanti soldi, ma grazie ad esse è possibile “generare” risorse che possono essere messe a disposizione con risultati permanenti.ccon


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venerdì 6 gennaio 2012

Politiche per la disabilità


Sono politiche ben più complesse ed ampie di ciò che il termine “disabilità” immediatamente e primariamente richiama.

Tutto ciò se, però, si converge sul fatto che la finalità di tali politiche stia nello sviluppo di strategie ed azioni unitarie per la disabilità con al centro la persona ed il suo bisogno nei suoi diversi aspetti.
Secondo questo approccio alla tematica, diviene complicato identificare i soggetti interessati:
  • La disabilità è una condizione che tutti possono sperimentare durante la propria vita e non un problema di un gruppo particolare di individui (si pensi alla non autosufficienza).
  • La disabilità non è necessariamente connessa con la “condizione clinica” della persona
  • La disabilità va valutata nel rapporto esistente fra l’individuo disabile e l’ambiente circostante di appartenenza
  • Nella  disabilità  le variabili personali hanno un ruolo importante nel determinare l’accentuazione o meno dello stato di disabilità
La complessità nel delineare in modo univoco cosa sia disabilità ha delle importanti ripercussioni nell’analisi dei bisogni e nell’individuazione di risposte e, più in generale, di politiche di risposta adeguate.
Va da sé che stiamo parlando di politiche “trasversali” che si traducono necessariamente in azioni ed interventi aventi per tema:
  • la Salute e l’Assistenza: sostegno (anche psicologico per prevenire il disagio psico-emotivo e socio-relazionale) al disabile e  alla famiglia nell’accoglimento e nella cura; accompagnamento, orientamento ed informazione della persona e della sua famiglia nella costruzione e nella promozione di un progetto individualizzato di vita; facilitazione dell’accessibilità ai percorsi sanitari..
  • educazione: intendendo l’ambito della formazione e istruzione. Il percorso certificatorio dell’alunno disabile è strumento affinchè trovino piena realizzazione il diritto allo studio con l’affiancamento di un insegnante di sostegno o di educatorea seconda degli obiettivi didattico/educativi che l’alunno deve raggiungere. Il ruolo del Comune deve essere quello di offrire alle famiglie un servizio – ponte, una sorta di “mediazione” fra le famiglie, appunto, la scuola, e i servizi sanitari specialistici; deve altresì garantire l’accompagnamento dell’alunno con disabilità lungo il percorso scolastico e l’orientamento dopo la scuola secondaria di primo grado. In alcune situazioni (grave disabilità), in accordo con la famiglia, è opportuno, invece, definire progetti e strategie educative alternative alla frequenza della scuola dell’obbligo (scuole speciali, CSE…)
  • lavoro: in applicazione della L 68/99, i percorsi di inserimento lavorativo (SIL) sono i servizi dedicati all’inclusione socio -  lavorativa delle persone disabili. La politica di un ente, in tale ambito, deve essere quella di interfacciarsi con le realtà sociali, istituzionali ed economico produttive del territorio cercando di garantire al disabile una gestione il più possibile “vicina” e territoriale del diritto di inserimento lavorativo.
  • accessibilità e mobilità: incentivazione dell’applicazione della L 13/89 che prevede contributi per l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici privati e pubblici, incentivazione della fruibilità dei trasporti pubblici; miglioramento dell’accessibilità intesa come “accessibilità” alle opportunità e alle informazioni circa la rete dei servizi e delle prestazioni attraverso la costituzione di “sportelli informativi” ad hoc oltre che attraverso uno “sportello web”.
  • definizione di una rete di servizi capace di sviluppare connessioni per ricondurre ad unitarietà i diversi interventi: la logica è passare da una “presa in carico” verticale e specialistica ad una “presa in carico” orizzontale.
Le politiche per la disabilità devono, proprio per la loro caratteristica “trasversalità”, quindi, tradursi in un Piano di Intervento Locale sugellato da un vero e proprio “Patto/Accordo” da stipulare e concordare con le parti interessate: il disabile e la sua famiglia, in primis. 

martedì 3 gennaio 2012

Cattolici e Politica

Ero anch'io presente alla serata del 16 settembre organizzata dalla Comunità pastorale San Paolo e dall'Associazione “Dorvan” sul tema “Il ruolo dei cattolici in Italia dopo l'Unità”, incontro tenuto da Don Maurilio Guasco.


Aldilà del fatto che le parole di Don Maurilio hanno un fascino che lascia il segno anche dopo circa quattro mesi..., è estremamente interessante (e positivo!) il fatto che si torni a parlare di forza politica del cattolicesimo, pur mancando un partito unico che rappresenti, in quanto tale, il voto dei cattolici.


In effetti, il tema non è tanto se esista un partito politico che rappresenti il pensiero cattolico, quanto l'importanza che i cattolici si impegnino politicamente (eventualmente anche con l'appartenenza ad un partito) per dar corso ad una crescita culturale e morale del nostro Paese.


Dove la politica finora non è arrivata, una forte azione tesa a definire il ruolo e il compito dei cattolici in tale ambito è stata svolta dal contributo decisivo apportato dal cosiddetto “progetto culturale” con cui la Chiesa italiana si è fatta carico di un’azione di supplenza politico-culturale al servizio, certo dell’unità dei cattolici, ma soprattutto dell’unità della nazione.


In assenza (o a causa del fallimento) di un unico partito politico che rappresentasse i cattolici, la chiesa italiana si è tirata lentamente in disparte rispetto all’arena politica; si è fatta sempre più equidistante rispetto agli schieramenti politici, ponendo la sua attenzione su una questione assai più radicale: l’evangelizzazione della società e della cultura, con la convinzione che una riflessione e un impegno del genere avrebbero avuto ovviamente anche ricadute politiche, indipendentemente e trasversalmente ai partiti.


In politica la realtà dei cattolici italiani risulta essere politicamente assai differenziata. Ad esempio, sulle politiche sociali, su quelle scolastiche, in politica estera, sugli assetti istituzionali, non tutti la vedono allo stesso modo.


Benedetto XVI, richiamando il progetto culturale della Chiesa, ha esortato i cattolici a non “ripiegarsi” su se stessi, a “mantenere vivo” il loro “dinamismo”, ad “aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, a non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia. Tocca a noi infatti –ha proseguito il Pontefice- dare risposte positive e convincenti alle attese e agli interrogativi della nostra gente: se sapremo farlo, la chiesa in Italia renderà un grande servizio”... Si tratta di un programma politico-culturale decisamente ambizioso per i cattolici italiani, a qualsiasi partito essi appartengano: ri-inculturare la politica, rinvigorirla con la grande tradizione dell’antropologia cristiana: questo è il compito principale del cattolicesimo politico oggi.

Affinchè il progetto si accresca e prosegua, è necessaria però nuova linfa: occorre avvicinare i Giovani e far conoscere loro il senso e la finalità del progetto. Forse questa è la chiave per ri-affezionare le giovani leve alla politica anche attraverso specifici percorsi di formazione sociale e politica da proporre loro.


E' più facile affascinare i giovani alla politica percorrendo questa strada che lasciare che se ne occupino i partiti...

venerdì 30 dicembre 2011

Gli auguri di un migliore 2012


A pochi giorni dalla chiusura dell'anno 2011, mi sento di fare a tutti noi un augurio per un migliore 2012 ricco, se non di “successi, serenità e abbondanza”...come si era soliti dire, almeno di buoni propositi e che gli stessi divengano, poi, impegni da mantenere.
In questo periodo, infatti, è preferibile fare e ricevere auguri di un anno migliore in quanto per molti il Natale è trascorso poco serenamente e pervaso dalla preoccupazione di non poter garantire a sé stessi e ai propri cari un futuro tranquillo ed economicamente “sostenibile”.
Ho ascoltato con attenzione il messaggio augurale del Presidente Giorgio Napolitano che richiamando la “necessità” della scelta di un governo tecnocratico, ribadisce che "il ruolo della politica resta insopprimibile, non è neppure temporaneamente oscurabile. La formula del governo dei tecnici non è, dunque, da idoleggiarsi. Ma è necessario che i partiti facciano la loro parte, nella fase di transizione che si è avviata; la facciano rinnovandosi, aprendosi nuovamente alla società, acquisendo e valorizzando più fresche, giovani energie, ridefinendo e arricchendo le loro piattaforme ideali e programmatiche. ...(omissis)..E facciano la loro parte nell'ampio spazio che hanno da occupare in questa fase, non solo nel rapporto col governo - un rapporto di distinzione e di corresponsabilità - ma più in generale nell'arena parlamentare, e sempre nell'ascolto del paese". 
Il rigore dettato dalla necessità di risanare le finanze pubbliche, la garanzia di intervenire con equità, e la speranza di una prospettiva di crescita e di sviluppo devono essere gli obiettivi della Politica ad ogni livello.
L'augurio è, quindi, per ora, almeno, che in tutto questo vi sia un'attenzione vigile e focalizzata sulle condizioni dei 'non rappresentati', dei giovani senza lavoro o con deboli prospettive di occupazione e di pensione.
L'augurio è, anche, sempre parafrasando il Capo dello Stato, che la Politica si assuma la responsabilità di rispondere alle attese dei giovani, riconosca la necessità di valorizzare le risorse che essi e le donne oggi fuori del mercato del lavoro rappresentano, insieme con l'obbligo morale di non scaricare sulle spalle delle nuove e delle future generazioni il fardello di un proibitivo debito pubblico.
L'augurio è, infine, che i sacrifici che si stanno chiedendo agli italiani oggi servano a garantire una ripresa economica che, seppur lenta, implichi profondi cambiamenti nello stile di far politica e nello stile di vita di ciascuno di noi.